Coltelli che uccidono.La rabbia nascosta di una generazione
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La violenza giovanile non si placa, anzi si intensifica e si normalizza. Cresce così il rischio di non saperla cogliere come comunicazione del disagio generazionale.

Anche a La Spezia, come ovunque dove emerge travolgente, la sofferenza non ha parole per essere raccontata e diventa coltello che uccide e gesto letale che narra una rabbia senza più controllo.

Il guaio maggiore poi, è di semplificare la complessità e ridurre il malessere dell’adolescenza odierna a manifestazione etnica o a difficoltà d’integrazione. Vuol dire non vedere le violenze di ogni giorno il cui leitmotiv è quello dato da sentimenti di odio e senza contenimento, da emozioni che i ragazzi oggi non sanno definire e diventano gesti mortiferi.

Significa anche non riconoscere i modelli di riferimento che stiamo fornendo alla crescita e quella ormai prevalente “comunicazione armata” che evidenzia il bullismo di molti personaggi pubblici e di ampia visibilità a cui dovrebbe appartenere la capacità di governare la cosa pubblica ma anche il sentimento. Invece si normalizza quel linguaggio verbale e comportamentale continuamente offensivo e violento.

Non intendo giustificare quei giovani che di primo mattino escono di casa armati di coltello, né tantomeno trovare scusanti alle risse infiammate delle baby gang che agitano il tessuto sociale. Penso che non si tratti però di trovare unicamente misure repressive per arginare la rabbia e la disperazione giovanile dilagante, quanto cercare un significato possibile a ciò che accade attorno a noi e amplia la zona grigia del disagio di questa generazione.

Cogliere gli aspetti particolari dell’insoddisfazione odierna dei giovani e della confusione adolescenziale, l’uso insistente di parole di odio e di azioni devastanti ci deve servire per non liquidare semplicemente con punizioni, voti e sospensioni scolastiche il disagio che emerge tra i banchi di scuola. Educatori e insegnanti dovrebbero invece essere attrezzati per riconoscere precocemente il dolore che non ha parole e si trasforma in violenza.

Ad esempio sappiamo che tra gli 8 e i 17 anni è in aumento l’atuolesionismo, quello di tanti ragazzi e ragazze che si tagliano il corpo e di tanti altri che lo sentono nemico e pensano al suicidio senza che nessuno sappia. Li pensi tranquilli e adattati e invece soffrono di solitudine e di vuoto. Allora si ritirano dal mondo o si fanno bulli. E tu non leggi immediatamente quel malessere profondo che vivono perché sanno nasconderlo ai grandi, per lo più distratti e incuranti oppure incompetenti.

Loro d’un colpo urlano la loro sofferenza, si colpiscono o feriscono, incapaci di modulare la rabbia e gestire le emozioni, mentre con zero autocontrollo ci dicono di esserci anche da disperati.

Sono convinto che non bastino le punizioni esemplari per aiutare questa generazione di arrabbiati e delusi da un’adultità incongruente e contraddittoria. Serve con urgenza prevenzione e formazione alla comunicazione e al controllo di ciò che si prova. E servono adulti attrezzati, capaci di rispondere a una richiesta che nella consulenza sento continuamente provenire da loro: “Vorrei qualcuno che mi ascolti!”

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