Dal lockdown alla depressione. Se prevale la ruminazione
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Preoccuparsi per il futuro e pensare a come sarà la ripresa che si profila o immaginare quando potremo tornare a fare le cose di prima, è cosa comune durante la quarantena. Ma allo stesso tempo, com’è stato evidenziato da uno studio pubblicato di recente sulla rivista scientifica The Lancet, il lockdown che oltrepassa i 15 giorni, produce stress i cui sintomi immediati sono quelli dell’ansia severa. La forzata clausura mette in moto un flusso continuo di pensieri spesso intrusivi e negativi e scatena paure irrazionali. Pare non conti tanto che le fonti d’informazione siano affidabili e nemmeno che si sappia come difendersi per contrastare la diffusione del contagio. Bastano le tante immagini invasive della pandemia, quelle degli ospedali o dei camion con le bare, a scatenare una continua e angosciata ruminazione.

Non si tratta di pensieri di preoccupazione che, come dice la stessa parola pre-occuparsi, rimandano alle precauzioni possibili per prevenire un possibile pericolo. Sono un rimuginare tutto mentale che impasta e re-impasta sensazioni e percezioni comuni, pesanti certamente ma transitorie, che si trasformano in pensieri complessi e problematici capaci di far scivolare nella palude della frustrazione e dell’incertezza collettiva. Che è l’altro versante del contagio, ma di natura psichica.

Ad osservare l’andamento delle cose, si può notare che passata la prima fase reattiva del fare e della frenesia del ri-ordinare lo spazio domestico utile forse a scaricare la paura, molti hanno sostituito il movimento esterno con l’attività spasmodica del pensiero. Il Covid-19 oltre al resto ci ha portato un rimuginio intenso che intensifica l’ansia e riduce lo sguardo sul futuro, già di per sé compromesso dalle paure della crisi economica. Del resto ci vuol poco oggi a diventare homo pavidus con il bombardamento di informazioni negative e a cui siamo ormai tutti sottoposti.

Ed è il pensiero insistente del futuro che manca a inchiodarci davanti un orizzonte breve della vita. Con quel pensiero ritorto e circolare si fa strada lo sconforto e la sfiducia, il colore oscuro dell’umore e il nero minaccioso della malinconia mentre avanza a grandi passi il pensiero negativo e catastrofico tipico della depressione.

Lo confermano le tante indagini sullo stato di salute mentale degli italiani. Una recente ricerca dell’Università dell’Aquila condotta insieme a quella di Roma Tor Vergata su oltre 18.000 persone, rileva che il 37% degli intervistati mostra già i sintomi del Disturbo post-traumatico da stress le cui manifestazioni prevalenti sono ansia, insonnia e depressione.

Di certo pesano come piombo i sentimenti acuti per le improvvise perdite subite e per il vuoto di affetti e relazioni che ha colpito tutti. Esperienze emotive forti che appiattiscono interessi e passioni. Naturalmente gravano sull’umore le prospettive preoccupanti della realtà da affrontare domani, ma per ridurre quel dolore interno che può avere tempi lunghi per manifestarsi, conta molto il controllo delle ruminazioni e la capacità di tenere alta la progettualità del futuro. Ma non solo.

Serve tenere attive le reti amicali e parentali che, insieme a quelle professionali, vanno curate e potenziate. È decisiva poi l’attenzione a non trascurare i segnali di disagio quando si intensificano. Chi è più esposto, come le persone già affette da forme depressive, è bene che chieda immediato aiuto psicologico e psichiatrico soprattutto se aumenta l’angoscia e la mancanza di speranza.

Ma urge al contempo per la salute mentale di tutta la comunità che in questo particolare momento di grandi mutamenti, si sviluppino al più presto servizi di aiuto e prevenzione di bassa soglia come può essere un “pronto soccorso psicologico” da attivare con le nuove tecnologie digitali.

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