Emozioni. La vita emotiva dei giovani in rete
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Le emozioni sono risposte complesse anche se immediate e spontanee a stimoli psicofisiologici interni o esterni. In altre parole si tratta di movimenti interiori che ci servono per adattarci alla realtà, prepararci all’azione o per esprimere un comportamento.

Visto che la nostra esistenza si sviluppa ormai sia “onlife” che “online” chiediamoci come viviamo e come esprimiamo in rete le nostre emozioni.

L’interrogativo è ancora più pressante se pensiamo ai minori, bambini e adolescenti, che in questo momento storico, crescono con emozioni ridotte senza un nome per la gran parte di esse. Hanno e abbiamo tutti, invece, innumerevoli faccine che spesso non hanno un nome specifico.

Nelle comunicazioni virtuali, chat e messaggerie certamente le varie faccine velocizzano lo scambio, ma siamo sicuri che dove manca il corpo e restano le emoticon a dire cosa si prova, una o più faccine facciamo arrivare lo stato d’animo provato?

C’è da dubitarne, perché da un po’ di tempo, con imbarazzante frequenza, vedo una sequela di emoji una dietro l’altra che alludono a emozioni diverse. Mi chiedo se non sia una comunicazione ironica oppure decisamente confusiva.

Fatico a rispondere.

A pensarci bene però,c’è una grande differenza tra l’esprimere ciò che proviamo con l’immediatezza delle espressioni facciali, gestuali o vocali piuttosto che con le emoticon.

Spesso concludo pensando che il modo odierno di comunicare i sentimenti nelle interazioni sociali per lo più digitali, ci stia complicando la vita, in quanto le emozioni più complesse da decifrare sono più suscettibili di fraintendimento.

L’altro elemento specifico, che peraltro riguarda le nuove generazioni (ma non solo), è soprattutto la comunicazione offensiva e violenta che abbonda nel cyberbullismo.

I bulli digitali, mandano messaggi provocatori infuocati e offensivi senza preoccuparsi delle reazioni emotive del destinatario. Inesistente è poi il pensiero che le sue parole possano produrre danni in chi riceve le sue parole.

Ricordo anni fa un’efficace campagna di sensibilizzazione dal titolo “Anche le parole possono uccidere” avviata da un paio di giornali italiani (Famiglia Cristiana e Avvenire, 2014) con le quali si voleva portare l’attenzione al potenziale devastante del linguaggio assimilabile a quello di un proiettile.

Pensiamoci! La pericolosità e la carica offensiva aumenta online perché nelle comunicazioni virtuali, non c’è un feedback corporeo e visivo da parte di chi le riceve e l’inviante non riesce a percepire l’effetto prodotto dalle sue parole velenose. Men che meno riesce ad empatizzare.

La comunicazione digitale con il tempo, invece, produce una sorta di anestesia dei sentimenti che sviluppa freddezza relazionale o psico-apatia, riducendo al minimo la risonanza emozionale, soprattutto tra i giovani (U. Galimberti, L’ospite inquietante. Feltrinelli)

Poco alla volta si riducono le interazioni umane e il cyberbullo diventa un aggressore che non sa vedere cosa prova la vittima in quanto privo di quel contatto visivo ed emotivo che serve per capire l’altro.

Riflettere su come sono cambiate in rete le manifestazioni della vita emotiva è allora necessario, soprattutto per educare al rispetto.

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