Il bullismo non diminuisce e il cyberbullismo aumenta. I dati di questi giorni emersi in occasione
del Safer Internet day lo indicano con drammatica certezza.
Secondo Save The Children, tra i 15 e i 19 anni il 47,1% degli adolescenti dichiara di aver subìto il bullismo virtuale e il 32% dice di aver
agito come cyberbullo.
La situazione pertanto rimane grave e richiede prevenzione e responsabilità condivise tra scuola e famiglia. Urge predisporre interventi formativi e non solo slogan, per contenere le prepotenze e
smetterla di chiamare “bravate” le azioni bulle dei bambini e degli adolescenti.
Da anni incontro i minori nelle scuole di ogni ordine e grado e trovo sempre nelle vittime
un’angoscia nascosta da una spessa coltre di solitudine.
Come affronti la questione, scorgi un grumo di dolore che disorienta e fa deviare la rabbia sul corpo
con gesti di autolesionismo o di ritiro sociale, nel tentativo illusorio di gestire la sofferenza
dell’anima.
Poi, poco lontano dall’angoscia, c’è l’odio delle parole che rende la prepotenza aerea ma comune e
alimenta offese in rete o esplode per le strade in risse all’improvviso, infiamma gruppi e azzera la
ragione dei singoli, in cerca quasi di un risarcimento.
Tale violenza senza controllo la interpretiamo
erroneamente come la rabbia di baby gang metropolitane. Ma non è così. Sono le prevaricazioni che
si respirano in continuazione, le offese che non si metabolizzano e fanno sì che oggi la rete,
facilmente trasformi le vittime in carnefici.
Per fisiologia evolutiva in adolescenza si fa gruppo e si riproducono le prevaricazioni, anzi si copiano senza percepire responsabilità personali. Così il bullismo ai nostri giorni è soprattutto cyber
e aumenta la gravità dei gesti a dispetto di tutte le giornate celebrative e dei progetti-spot.
Il cyberbullismo cattura nella realtà digitale che è la dimensione costante della generazione Alpha e
appartiene anche, in buona misura, agli adulti di questo tempo che sembrano più adultescenti che
autorevoli.

Nei figli, le cui vite onlife e online coincidono o si sovrappongono, prevale l’idea che in rete si
possa dire tutto ciò che si vuole e ogni cosa sia possibile. In internet si scherza, ci si diverte e pure
le vittime sembrano stare al gioco senza alcuna sofferenza.
A nessuno però passa per la testa che è la paura di restare da soli a spingere verso il silenzio sul
dolore personale. In questo modo la violenza del cyberbullismo diventa esempio e oggetto di
ammirazione.
È la dinamica di oggi con la quale si cresce e dove le offese e le derisioni in rete appaiono normali
perché non producono in chi le compie senso di colpa e vergogna.
Anzi nei giovani, la scarsa consapevolezza del male, sembra moltiplicare nella quotidianità il
disagio di una generazione che tenta di diventar grande nonostante la povertà educativa e la mancanza di normatività.
Forse questa estesa trascuratezza avrebbe bisogno non tanto di norme che prevedano multe, quanto piuttosto di progetti di sviluppo e accompagnamento a una genitorialità responsabile




































