Disagio giovanile e malatti a mentale
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La tragedia di Roma dei giorni scorsi in cui un adolescente ha ucciso la madre riporta ancora una volta alla gravità del disagio giovanile. Ci chiede soprattutto di riflettere su un tema complesso e delicato: il confine tra il malessere evolutivo e la malattia mentale.

Nella fase adolescenziale non esiste quasi mai una linea netta tra disagio e sofferenza mentale grave. L’adolescenza è il tempo in cui ogni cosa è in continua trasformazione e muta a grande velocità.

Tutto in questa fase è labile e condizionato dell’imprevedibilità che di solito influenza un gesto autolesionistico e non suicidario oppure può alimentare un’azione omicida di ferocia inimmaginabile.

Sia da un punto di vista biologico che psicologico l‘adolescenza è un passaggio complesso che si vive sul confine, in bilico tra l’essere e il non essere. Lo è oggi ed è sempre stata una sorta di viaggio in equilibrio precario sul filo sottile di una “ebrezza” che può esprimere una sofferenza intensa, narrare un’eccitazione sconfinata o scaraventare nel buio assoluto di una alterazione acuta della mente.

Ma il problema non è scegliere tra patologia malessere, quanto avere strumenti per distinguere, identificare e diagnosticare il più presto possibile la dimensione personale di un giovane, cogliere l’entità del disagio che vive e delle risorse che ha rapportate al suo contesto di vita sempre più influenzato dai tanti segni contraddittori che gli lasciamo.

La patologia esiste e va rilevata, quando si affaccia con manifestazioni precise ma anche quando resta nascosta e silente. Ma non per dare un nome preciso a quello strano disagio o certificare un comportamento incomprensibile. Diagnosticare una patologia mentale vuol dire accogliere la sofferenza grave anche quando fa paura, favorire l’accettazione da parte delle persone più vicine a chi sta male per aiutare la crescita e non dirigerla secondo le nostre esigenze.

Significa avere non solo psicologi a scuola per la consulenza ma una comunità educante formata e con occhi capaci di osservare e orecchie aperte, in grado di ascoltare le poche parole dette e i diffusi silenzi di un adolescente.

Significa essere consapevoli che la crescita è un viaggio ad ostacoli dentro emozioni nuove a cui spesso in questa adolescenza non si sa dare un nome. Vuol dire però anche avere accanto adulti presenti e non lontani con il pensiero o assorbiti solo da loro stessi.

Potremo contenere il disagio giovanile e prevenire la malattia mentale non tanto incolpando solo il digitale e la rete, quanto cominciando a vedere la complessità odierna dell’esistenza. E poi servirà l’aumento delle risorse a quella comunità educante che sta tra la famiglia e la scuola e che ogni giorno di più dovrebbe diventare capace di alleanze e coerenza, in grado di dare limiti e confini e che sappia soprattutto includere che escludere con azioni solo punitive.

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