Autonomia. Se i figli chiedono vacanze da soli
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Tra i riti di passaggio che sembrano rimasti nel corso della crescita, c’è quello del viaggio verso l’autonomia che in adolescenza comincia quando i figli dicono: “Quest’anno non voglio venire in vacanza con voi!”

I genitori a quel punto si rendono conto che i “pargoli” sono cambiati, che non sono più bambini. È una fisiologica richiesta che indica quanto l’epoca del “nido” sia scaduta e sia arrivata quella delle prove.

È una proposta che traccia il confine tra l’infanzia ormai conclusa e l’età adulta che da distante si comincia a intravvedere. Una tappa che ora di attraversa verso i 14-15 anni, benché ogni storia sia un caso a sé.

La svolta, soprattutto se improvvisa, di solito è difficile sia per i figli che per i genitori e sarebbe meglio andar per gradi. Se non altro perché le competenze relative all’organizzazione di un viaggio così come quelle della gestione dei rapporti e dei problemi possibili, si acquisiscono un po’ alla volta.

Vale anche per il processo di separazione dalla famiglia che è uno dei compiti più complessi dello sviluppo. Anche perché nella crescita nulla si realizza come se si dovesse premere un pulsante per avviare un motore.

Si tratta di una prova importante in cui c’è bisogno di un tempo adeguato per accettare le incertezze e le incognite tipiche di un viaggio ma anche la paura e la solitudine.

Serve prima di tutto che i figli comincino con il pianificare la vacanza da soli e che i genitori siano supervisori del programma. Gli adolescenti non potranno sfruttare in maniera costruttiva questa esperienza se l’organizzazione rimane tutta della mamma e il budget affidato alla carta di credito di papà.

L’andare per il mondo, o anche solo fuori dal cortile familiare, richiede regole precise e limiti. Servirà come messa alla prova se consentirà ai ragazzi di confrontarsi con le responsabilità delle scelte, con le proprie reazioni agli imprevisti possibili e non pianificabili in anticipo.

La gestione del danaro se finito anzi tempo ad esempio, richiederà il rientro a casa, anche se rimane fondamentale che gli adulti garantiscano pronta assistenza a distanza e soluzioni su richiesta.

Al di là di questo sarà necessario definire prima in che modo si dovranno tenere i contatti. È più utile concordare la frequenza delle chiamate telefoniche e lasciare che siano i figli a chiamre perché quando gli adolescenti si divertono non si fanno sentire.

Segno che le cose vanno bene o che i problemi sono superabili.

Meglio però un whatsapp regolare che una telefonata oppure una chat di famiglia con foto, giusto per far arrivare ai figli distanti il segnale importante “Io ci sono. Qui tutto bene e tu?”

Per questa esperienza di passaggio conta molto la fiducia e la pazienza. Ma una siffatta vacanza dovrebbe essere preceduta da un tempo per la contrattazione di regole specifiche, chiare e anticipatamente condivise che la definiscano come esperienza fattibile e utile a patto che abbia determinati confini.

Inutili, invece, sono le prediche.

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