Il tema della sicurezza con i suoi vari decretiè sempreattuale e importante. Richiama e richiede attenzione, impegna tutti e vuole partecipazione anche se pone sempre notevoli interrogativi. Soprattutto quando ad essere coinvolti sono i minori, cioè gli adolescenti delle nuove generazioni che stanno continuamente sulle cronache per quei comportamenti violenti che non sappiamo capire.

Prevale di solito la paura che ci attraversa ogni volta che incontriamo la violenza dei giovani, le risse o le aggressioni con quei coltelli ormai portati ovunque, da tutti. Questo ci fa sentire insicuri e indifesi al punto tale che le risposte istituzionali sembrano volte unicamente a contenere la paura e a rassicurarci. E allora sentiamo parlare di metal detector a scuola o di porto di coltelli, di sanzioni e punizioni, di obblighi per chi li vende e di responsabilità genitoriale.
Non dico che non servano le sanzioni, ma mi chiedo quanto siano rassicuranti queste norme anche perché, paradossalmente, più mettiamo allarmi e più indichiamo che siamo ovunque in pericolo. E poi, forse ancora di più della paura che attraversa le mente e che alla fine si riduce, c’è il rischio dell’abitudine e la normalizzazione del pericolo che sfuma l’attenzione per il vero rischio.
Mi vien da dire che dovremmo invece allenarci a stare nel pericolo, convivere con l’insicurezza e, a scuola, forse anche insegnarla.
Perché non è solo il controllo quello che definisce il livello di protezione e di difesa nostra e dei giovani. Anzi ancora meno lo garantisce ai minori stessi che sono amanti del rischio, attratti dagli eccessi i quali, però, danno gratificazione. Con le imprese dirompenti e violente t’imponi all’attenzione, diventi visibile, famoso. Eroe, anche se negativo.
A loro, ai nuovi giovani, manca il senso del limite ed è carente lo sguardo di riprovazione, che può essere il segnale del confine e lo stop all’impulsività.
Prevale il piacere dell’adrenalina e l’attesa, eccitante, della ricompensa per la sfida che, in fondo, sono esperienza di tutti. La ricondiamo ancora oggi la canzone di Battisti che diceva: “…e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire”.
La necessità è identica. Diverso è il romanzo familiare in cui invece della comunicazione affettiva c’è l’assenza.
Nessun adulto oggi dice più “Sai che anch’io, alla tua età, ho provato quel bisogno acuto di andare oltre limite, provare il rischio e capire fin dove posso arrivare.”
A casa il silenzio accompagna la relazione educativa e lascia i figli da soli con la tecnologia. A scuola il dolore non si incontra con i classici perché non si legge più quello del “giovane Werther” o quello per Silvia dello sconsolato Leopardi.
Ora c’è il vuoto che attraversa la psiche e l’unico verbo che continuiamo a coniugare un po’ dappertutto per salvarci e salvarli, è vietare, togliere, punire.
Possibile che quello che manca di più sia sempre il “prevenire”?




































