Gelosia. Dal desiderio di possesso alla violenza
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La gelosia è una parola che narra la violenza e racconta tragedie. Una di queste, la più recente, è quella di Tania Terrin, 39 anni della provincia di Venezia, uccisa in questi giorni dal suo ex-compagno che, secondo le cronache, la perseguitava per gelosia e che nemmeno le denunce della vittima hanno fermato.

In ogni femminicidio, in realtà c’è quasi sempre questa passione scambiata per amore, quando invece è possesso, pretesa e prepotenza maschile.

Molte coppie la vivono e la considerano normale, quasi una manifestazione apprezzabile di quel volersi bene che esprime affetto e attenzione. Purtroppo invece è controllo ossessivo, limitazione libertà, costrizione e violenza da cui non è facile sottrarsi.

Qualcuno potrebbe dire che a piccole dosi, forse a grammi, la gelosia è fisiologica, ma sappiamo che spesso non rimane sotto controllo e, senza essere morbo, diventa un male oscuro e silenzioso che con il tempo emerge o esplode.

Sovente è sentimento che abbaglia e fatichi a riconoscere anche quando è già un desiderio predatorio e forza del potere maschile. È una vera e proprio forma di prepotenza contrabbandata come valore di una relazione affettiva. È abuso.

Oggi come oggi, i maschi generalmente non la sanno gestire anche perché, come sappiamo, nessuno li educa mentre andrebbero precocemente preparati a riconoscerne i tratti e a contenere quel desiderio di possesso che la cultura patriarcale continua ad alimentare.

E poi la gelosia cresce grazie a un diffuso e malinteso senso dell’amore che attraversa maschi e femmine fin da quando con l’adolescenza, incontrano l’innamoramento con i suoi falsi surrogati testimoniati, ad esempio, dai tanti lucchetti che ancora si appendono ai ponti.

Così la gelosia continua a proliferare, senza controllo, benché non abbia sesso e non sia esclusiva del maschile o del femminile, ma si nutre di quell’idillio che rimanda alla falsa idea di “due cuori e a una capanna”.

Allora le femmine faticano a riconoscere i segnali della violenza che rimane a lungo sottile, sotterranea e camuffata da attenzione, mentre i maschi, sempre meno capaci di riconoscere ciò che provano e poco attrezzati nella gestione dei propri sentimenti, finiscono per ritenere la gelosia un indicatore narcisistico della propria desiderabilità.

Non è difficile invece rintracciare ovunque questa passione come tratto ossessivo e delirante che si mescola con l’esigenza di avere per sé, in esclusiva, la persona amata.

Al contrario la preoccupazione di non essere amati, solitamente non nasce da un reale tradimento, ma da una visione distorta dell’amore del partner. Si fonda sulla convinzione, errata, che il tradimento sia già avvenuto per cui è necessario far ammettere il “reato” e far confessare chi è ritenuto colpevole.

È in quel momento che la gelosia diventa un sentimento logorante che corrode, un’angoscia persistente che fa vedere pericoli ovunque e impedisce di mettere a tacere i sospetti ma che trasforma l’amante in persecutore e l’amata in una preda.

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