Il figlicidio. Quando non si intercetta il disagio mentale materno
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La cronaca fatica a credere che la realtà possa superare la fantasia umana e che dietro la tragedia del figlicidio di Catanzaro ci sia il dolore nascosto e infinito della solitudine di una madre e la mancanza di una rete sociale di sostegno.

Allora, sempre la cronaca, ti dice che è stato il raptus estremo e improvviso di una donna a compire il gesto di uccidersi insieme con i suoi tre figli. Lo credi incapace il materno, di progettare un gesto così devastante. Invece può accadere che il disagio della mente covato a lungo, diventi una sofferenza tenuta dentro per anni senza che nessuno la intercetti.

Una volta di più va detto che il raptus non esiste e ogni gesto umano, anche il più indicibile, ha una storia e un progetto. Attraversa il tempo dove si accumula la fatica del vivere che intrappola il pensiero in una ragnatela inesorabile di sconfitta e inutilità, ovvero una condizione di solitudine profonda che sconfigge l’amore, anche quello materno, dalla nostra cultura posto alla sommità dei compiti di una madre.

Non è la giustificazione del male ma la necessità di narrare una storia diversa fatta di fatica e isolamento sia materiale che psicologico, che attraversa la quotidianità e rimane non intercettata dalla comunità di riferimento, tantomeno dalla società distratta e indifferente che abbiamo costruito.

Perché in molte occasioni e soprattutto dopo la nascita di un figlio, una madre la pensiamo al culmine della gioia, presa dall’amore sconfinato e dalla dedizione per il proprio piccolo. Ci sfugge invece, nella gran parte, lo stress del parto e del periodo che segue, l’impegno emotivo e relazionale per il cambiamento vissuto, il carico mentale che grava sulla madre in particolare nel primo anno di vita del bambino, ma non solo.

È per questo che il primo mercoledì di maggio di ogni anno è stato dedicato alla Giornata Mondiale della Salute Mentale Materna. Quasi a dire che è compito di tutta la società occuparsi di questo tema, anzi cercare di riconoscere anticipatamente il possibile disagio di una madre e aiutarla ad affrontare la sua quotidianità. Perché pensare alla sua salute psicologica materna vuol dire anche occuparsi di quella del bambino.

Da tempo è noto il disagio del dopo-parto, il calo dell’umore e la stanchezza frequente che sono una dimensione comune per ogni madre. Secondo l’OMS una donna su 5 soffre di questo disagio solitamente transitorio.

Ma poi, e con sempre maggiore frequenza, vi è una condizione più complessa che dura nel tempo, fatta di persistente irritabilità, calo costante dell’umore unito a pensieri negativi, sentimenti di colpa e inadeguatezza inconfessati e sottovalutati nell’ambito di vita familiare.

A quel punto la solitudine diventa una palude insidiosa e distruttiva che chiede alle madri e ai partner di non pensare di farcela da soli. Serve con urgenza invece, chiedere un aiuto professionale senza il timore di essere giudicati. E serve anche una rete sociale di servizi capace di sostenere e riconoscere il disagio psicologico e mentale in questa fase delicata della vita.

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