Accoltellare un insegnante a 13 anni
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Ci sono storie di violenza giovanile come quella del 13enne che accoltella la prof di francese, che ci mettono in moto emozioni forti e reazioni immediate, sconvolgenti e piene di domande per le quali vorremmo risposte immediate. Che non ci sono.

Per fortuna poi leggiamo anche le parole dell’insegnante e i suoi pensieri che aiutano a riprendere il contatto con un male giovanile, più spesso non visto o trascurato e che dovremmo imparare a cogliere anzitempo.

È solo dopo la narrazione della violenza che si mostra la sofferenza adolescenziale nascosta e il dolore indicibile capace di dire i silenzi e i ritiri o le fantasie di rivalsa che si mettono sui social.

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È vero, i social media centrano, e dovremo fare qualcosa perché non basta maledirli e vietarli. Serve educare precocemente i bambini all’uso, regolamentarne l’utilizzo, negoziarne con costanza il tempo.

Troppo comodo farli diventare il male assoluto e scaricare su di loro la nostra angoscia di adulti quando scopriamo di brancolare nel buio di relazioni vuote o povere.

In questa tragica storia è lo stesso tredicenne violento che scrive in una sua lettera le “sue” idee sulla vita e le motivazioni che hanno animato progetti di orrori nascosti, il coltello o l’arsenale a casa di cui nessuno ha mai saputo.

Leggiamo quello che scrive. Non spaventiamoci del manifesto intitolato “Soluzione finale” e dall’incipit “Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre. Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così.”

Andiamo oltre le parole per capire il vuoto che a quell’età non si riempie con niente. Cerchiamo come mai un ragazzino di 13 anni sogna la rivalsa e la vendetta per essere considerato, visto, apprezzato o almeno protetto.

Forse può sembrare un po’ troppo pensata e scritta bene questa lettera, ma al di là di questo io ci ho trovato la rabbia, una rabbia sconfinata da cogliere e una noia insopportabile che allaga la mente.

E non per giustificare il comportamento, quanto piuttosto per tentare di capire la solitudine che porta a cercare risposte non dagli adulti o dai pari, ma dall’IA che ormai spopola a quell’età.

Fermiamoci su questi aspetti e domandiamoci da dove vengono quelle argomentazioni che vorrebbero spiegare l’aggressione e mostrare fino a dove si è capaci di arrivare.

È un segnale la loro rabbia. Cogliamola prima però!

Riconosciamola e insegniamo loro a gestirla ma con l’esempio nostro di chi ha, o dovrebbe avere, gli strumenti adatti. Visto che nemmeno noi da adulti brilliamo per questa competenza.

E poi riconosciamo il silenzio del dialogo, che non è mancanza di parole.

Anzi se ne dicono troppe, inutili e vuote.

E’ quel parlare senza uno scambio che annega la comunicazione e svuota le relazioni.

Preoccupiamoci in fretta quando non ci sono interazioni tra di noi, ma assenza di sguardi e di ascolto e quando loro tacciono troppo, chiusi nelle loro camere a sognarsi supereroi invincibili o a mostrarsi con l’identità di un avatar sui social.

Allora chiediamo, facciamo domande, tante e anche scomode, ma rompiamo il silenzio.

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