SAN Giuseppe e le funzioni del padre
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La giornata di San Giuseppe da tempo celebrata come festa del papà, è una ricorrenza con la quale la tradizione cristiana riconosce al santo la funzione paterna, anche se egli non era il padre vero di

Gesù, ma solamente quello putativo: colui che ne faceva le veci.

Colpisce la sua figura che nei Vangeli appare umile e silenziosa come discreta la sua presenza. Anche l’iconografia non lo mette mai in primo piano: sta di lato o sullo sfondo, quasi a indicare le virtù per le quali invece, ha avuto un posto così importante: l’umiltà, la pazienza, l’obbedienza.

A prima vista si

direbbe che non rappresenta il «logos» cioè la parola e la ragione, che sono attributi tanto cari

all’universo maschile. Caso mai il suo mestiere di falegname ci fa pensare alle valenze del «fare» più

che quelle del «dire».

Un silenzio operoso il suo, che lo vede stare in disparte dalla scena familiare pur rimanendo protagonista. In effetti egli sembra osservare da distante la vita del Figlio e di Maria, e allo

stesso tempo si percepisce che egli è presente e partecipa.

Senza ombra di dubbio, incarna il compito che gli è stato affidato: fare il custode della Sacra Famiglia.

Un ruolo per nulla secondario. Anzi, per quanto riguarda le dinamiche familiari, una funzione basilare

della figura paterna, perché il padre è colui che dà protezione e trasmette sicurezza.

È quello che

osserva e ascolta, che contiene e conforta e nel contempo, con fiducia paziente sa aspettare che il

tempo passi e il percorso si compia.

Il confronto con i padri di oggi può essere spiazzante perché questi ultimi, che hanno scoperto il

codice materno e la capacità di accudire e partecipare alla crescita fin dai primi giorni di vita, hanno

perso l’energia dell’autorevolezza e la forza della determinazione.

Se il padre «materno» è una

conquista, il «mammo» può rappresentare una perdita di funzioni. In questo momento storico è più spesso vacante il posto del maschile che protegge perché dà limiti, che aiuta il processo di

individuazione in quanto punto di riferimento stabile e di sostegno sicuro.

Ma non è per assenza. Qualche tempo fa potevano essere assenti. Ora sembrano piuttosto mancanti.

Mancano di funzioni. Sono deboli perché non sanno prendere decisioni. Non danno sicurezza perché

non proteggono e sono distratti.

Non sanno pazientare e attendere che il viaggio di un figlio lo porti

verso l’indipendenza e si concluda. Mancano di progetti e di fiducia nei figli.

Li temono piuttosto,

contrariamente ad un tempo in cui erano i figli ad avere paura dei padri. Temono di mettere «paletti» o segnare i confini e così essi rimangono fermi negli hangar in attesa di un segnale.

Perché decollare quando mancano indicazioni dalla Torre di controllo, è difficile. A volte impossibile.

Ma non si tratta di recuperare il volto di Zeus, padre degli dei e gerarca, quanto il gesto di un padre

che ora, per fortuna disarmato, sappia assolvere il compito di accompagnare i figli ad allontanarsi dalla sponda materna e salpare verso la conquista dell’ autonomia.

Servirebbe dunque, a partire da questa ricorrenza, provare a riflettere sulle funzioni della paternità e recuperare quel Giuseppe-padre,

silenzioso ma forte, capace di ascolto e protezione, ma pure in grado di resistere con pazienza e tenere botta.

Servirebbe per offuscare almeno un po’ l’immagine di quegli adulti bulli che in virtù del loro ruolo di leader o governanti, usano la violenza fisica e verbale e aprono ovunque nuovi fronti di guerra, pure osannati da chi non vede il pericolo nell’abuso di potere.

Servirebbe anche per recuperare un’immagine meno evanescente di padre che, nelle riviste patinate

e alla moda, si pavoneggia alle prese solo con l’Eau de toilette di turno.

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