Speranza. Energia per il cambiamento

Share :

Siamo in un tempo di cambiamenti epocali e diffuse incertezze. Tutto è in agitazione, il futuro ha contorni indefinibili e l’orizzonte sfumato, confuso, sempre meno raggiungibile con lo sguardo.

Il piano sociale e relazionale ci offre scarse indicazioni e vaghe sicurezze.

Ma quello che sentiamo è la necessità della speranza, che non è “l’ultima dea” a cui chiedere aiuto, come dicevano gli antichi per far fronte ai mali del mondo che pensavano fosse l’ultimo atto. Al contrario sperare è verbo generativo, non tanto una formula benaugurante. Non è illusione e neppure fuga dal tempo o distanziamento dalla realtà.

È una sorta di password che attiva le forze interne e richiede fiducia e resistenza, come energie importanti nei cambiamenti personali e sociali o quando tutto in lontananza sembra mutare.

Se non abbiamo una via d’uscita o una strada possibile da percorrere, lo sperare non è inutile illusione, ma movimento interno di grande significato, perché attiva risorse nascoste e mette in moto forze nascoste come la perseveranza e la resilienza.

 Già Freud nel secolo scorso ha riconosciuto alla speranza il valore di una forza attiva che da una parte spinge a chiedere aiuto quando si sta male e dall’altra serve a cercare nel “sottosuolo” della nostra coscienza l’energia per proseguire.

Oggi le neuroscienze sostengono che la speranza sia come un’attesa del positivo che “accende” aree del cervello, come quelle frontali e del sistema limbico, capaci di produrre sostanze in grado di dare sollievo al dolore, simili all’oppio o alla morfina, ma al contempo sostenere la fiducia.

Ed né per questa stessa ragione che Fabrizio Benedetti, neurofisiologo e grande esploratore del cervello, dice che “La speranza è un farmaco che cura”  (Mondadori) quel “vuoto al centro”  che avvertiamo. Perché lo sperare è fatto di parole condivise, empatiche e di conforto che ci diciamo o facciamo nostre, che sono potenti e salvifiche, molto simili ai farmaci.

Se è attesa non è un aspettare passivamente che tutto cambi da solo o che qualcuno ci salvi, è preparare e un fare noi, anche se nulla sembra servire. È come stare in barca quando c’è la bonaccia, cioè calma piatta che non ti fa muovere perché non spira un alito di vento. Nell’attesa si preparano le vele perché al momento giusto siano gonfie e pronte per far ripartire l’imbarcazione.

Sperare vuol dire perseverare e insistere nell’ andare avanti anche se la situazione sembra irrisolvibile. La radice “spa” di speranza viene dal sanscrito e contiene l’idea del movimento e dell’energia fisica e mentale necessaria per fantasticare e immaginare.

È l’ energia che ancora Freud riconosce all’uomo insoddisfatto che fantastica e alimenta con la fantasia i desideri mancanti e colma i suoi vuoti.

Insieme alla fantasia però c’è l’immaginazione, che è atto mentale creativo e ci mostra le possibili soluzioni. Così la speranza è figlia del pensiero divergente, quello che utilizza prospettive inusuali ma utili a costruire giorno dopo giorno il cambiamento e la rinascita.

Share :