Mancanza di senso nella vita? Relazioni autentiche
Share :

 


Un amico prete mi segnala un articolo “Arriva dagli USA un’altra epidemia: migliaia di morti per mancanzadi senso” di Vittorio Pelligra (Sole 24 ore 16 agosto 2020). Il mio amico è un sacerdote molto attento alle dinamiche sociali e io uno psicoterapeuta che si occupa di persone in difficoltà e alla ricerca di un senso.

 


L’articolo, sia pure nella sua drammaticità, è estremamente preciso nella disamina dei meccanismi economici che stanno alla base di questa “epidemia” e conoscendo il mio amico prete credo voglia sapere cosa ne pensa un terapeuta davanti ad un fenomeno di questo tipo.

 


Lo leggo e la sintesi è: “Morti per disperazione!”

 


È stato calcolato che nel 2017 negli Stati Uniti 158 mila persone  siano morte per suicidio, overdose, o malattie correlate ad abuso di alcol. Cifra che dobbiamo interpretare per difetto.

 


Morti perché scivolati lentamente in una dimensione che non solo li ha privati di un senso presente, ma cosa ancora più grave, della speranza di poter costruire un senso nel futuro, e se non c’è una prospettiva futura, quale essa sia, il presente diventa intollerabile.

 


La prima cosa che mi viene in mente è il mito di Crono, Saturno per i latini. Noi occidentali viviamo in una società che divora tutto, anche i propri figli, in particolare i più fragili, i meno dotati, coloro che avrebbero maggior bisogno di essere sostenuti, vuoi individualmente vuoi socialmente. Questa “epidemia” riguarda prevalentemente americani bianchi della classe media o operaia e con un basso livello di istruzione, sono questi i più esposti.

 


Mi chiedo: forse che gli altri gruppi, i neri e gli ispanici trovano protezione da questa “disperazione” all’interno delle loro comunità? Forse che le comunità delle minoranze sono più attrezzate psichicamente a contenere disagio e sofferenza?

 


Questa prima riflessione risente ancora di una visione, se non proprio sociologica, almeno di psicologia sociale. Mi ricordo allora di Paul Claude Racamier uno psicoanalista francese che in un suo libro, “il genio delle origini”, affronta il tema del “io mi sono fatto da me”, frase questa molto americana, il mito del self made man.

 


Ho sempre pensato che questa frase fosse quantomeno presuntuosa, ma Racamier è più severo e ne parla quasi fosse una forma di delirio di negazione, negare di essere figlio di qualcuno. Certo se mi sono fatto da me a chi mai dovrei essere grato? Conseguentemente tutte le relazioni sociali ed individuali vengono meno. Sono solo contro tutto e contro tutti.

 


Un altro mito caratterizzante il sogno americano è l’idea che “puoi essere tutto ciò che vuoi”, che dipende solo da te. Ma se dipende solo da me cosa succede se non ce la faccio? Il rischio è che si inneschi un meccanismo perverso e alla delusione per non avere raggiunto l’obiettivo si associ la colpa per non averlo raggiunto

 


Penso ad esempio a quelle ragazzine alle quali viene fatto credere che se mangeranno in un certo modo o se faranno una certa ginnastica diventeranno come le modelle (ovvero saranno belle, ricche famose). Ovviamente questo non accade e se alla delusione si associa la colpa allora il passo tra frustrazione e depressione, dieta e disturbo alimentare diventa breve, troppo
breve.

 


Sentirsi emarginati, essere emarginati quando non addirittura auto emarginarsi, per non essere riusciti laddove per altro non si poteva riuscire, perché non è vero che posso essere ciò che voglio, può rappresentare l’inizio di quello che Winnicot chiamava crollo psichico con conseguenze nefaste, come purtroppo l’America ci mostra. Emarginazione significa perdita di senso, di identità, e di prospettiva per il futuro.

 


Ringrazio l’amico prete per avermi segnalato questo articolo (ancora di più ringrazio chi lo ha scritto) che mi ha portato a pensare all’importanza di costruire autentiche autentiche relazioni affettive come antidoto a queste
forme di disperazione.

 

Ascolta l’articolo

[/cmsmasters_text][/cmsmasters_column][/cmsmasters_row]

Share :