Cosa vogliono dire i disegni dei bambini?
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A volte le mamme mi portano i disegni dei loro figli. Vogliono una diagnosi. Vogliono che io assuma un’aria seria e che scruti attentamente i disegni (come hanno visto fare da altri “esperti”), e poi dica, per esempio: “Si vede, con estrema chiarezza, che qui il padre è assente”. Ma l’unica cosa che riesco a pensare e a dire sono frasi di questo tipo: ”Bene, mi pare che suo figlio sia piuttosto dotato per il disegno”, oppure: ”Certo, è un disegno infantile, quanti anni ha? …Quattro? Direi che è un disegno assolutamente adatto alla sua età”. Ma la mamma insiste: “Ma non vede che espressione ha questa faccia, e poi vede che c’è in alto un aereo che butta le bombe? Dottore, sono preoccupata…” “Bene signora, – rispondo – ho disegnato più bombe io da bambino di quante ne abbiano sganciate nella Seconda Guerra Mondiale, mi ritiene pericoloso? un serial killer?” Finalmente la mamma sorride.

Ora, che i bambini vogliano dire qualcosa mentre disegnano è, io credo, assolutamente vero. Non credo invece che il significato dei loro disegni vada al di là di quanto sta sul foglio, espresso in modo esplicito. Un aereo che sgancia le bombe è un aereo che sgancia le bombe e non “il segnale di un profondo disagio interiore, una aggressività che va fermata in tempo …”, ecc. Spesso la comunicazione è diretta al pubblico presente in quel momento e a seconda della sua richiesta e/ o di quanto questo sia simpatico al il bambino, il contenuto e lo stile della comunicazione cambiano. Qualche esempio? Chiedo a un bambino di sei anni di disegnarmi una persona. Nel modo col quale faccio la richiesta sono presenti alcuni impliciti: voglio che tu faccia un bel disegno, un disegnino come si deve e come dovrebbe fare un bravo bambino, un disegno che mi faccia poi dire: “Oh, che bella persona hai disegnato, bravo!”.


Il bambino mi scruta, prende il foglio, ci pensa un po’ su, attraversa qualche attimo di incertezza e poi disegna …questo:

Osservo il disegno. Non sono tenero come “critico d’arte”. Il disegno è bruttino. Una specie di figurina fatta con lo stampino. Chissà quante ne ha fatte uguali e si è sentito dire “Ma guarda come è bravo, gli fa anche la cintura!”. Ne ricavo la netta impressione che il bambino abbia messo mano al suo repertorio dal titolo: Come fare contenti i grandi. Allora intervengo, e gli chiedo: ”Bene, ora hai fatto un bell’omino che secondo te piace ai grandi, ma ti voglio fare una richiesta un po’ strana…mi disegneresti un altro omino? Però devi fare il modo che non mi piaccia!” Il bambino mi guarda spalancando gli occhi per un istante, poi, senza nessun attimo in mezzo, si mette a disegnare e dopo qualche minuto mi consegna questo:

Ora sono io a spalancare gli occhi. Vedo regole infrante. Non credo alla creatività dei bambini, ma alla licenza sì, alla loro libertà assoluta sì. E qui il bambino si mostra libero. Se vorrà esser accettato come disegnatore dovrà munirsi, nella vita, della copertura di una comunità di critici amica. Ma per ora tanto gli basterebbe per sentirsi dire: ”Ce la puoi sicuramente fare”.

Un altro esempio? Saliamo con l’età, ora ho davanti a me un quindicenne di scarsa cultura, gli chiedo di disegnarmi un viso. È sottinteso che io mi aspetti un bel viso e un bel disegno, curato e precisino.

Così il ragazzo mi accontenta:

Ecco, quindi il suo disegno: la banalità fattasi segno. Una sorta di media dei disegni possibili, un disegno “grigio” (e non mi riferisco al grigio del disegno, ma al grigiore, alla mediocrità), non perché al suo autore piace il grigio, ma perché il grigio “va bene su tutto”. Quale maestro, insegnante, guida, oserebbe dire al ragazzo che ha fatto un disegno inespressivo e banale? Certo, nemmeno io lo farei, direi annuendo che questo è il viso di un ragazzo, per educazione. Ma ora chiedo anche a questo quindicenne una cosa simile a quella che ho chiesto prima al bambino di sei anni, gli chiedo di non cercar di fare qualcosa che debba piacermi. Anche lui mi guarda per un attimo, poi, velocemente, disegna …questo:

Sono, stupito ancora, di fronte a un tratto espressionista, a una mano felice e libera, a un insieme di segni che mi dice qualcosa. Mi chiedo se ci sia una differenza in questa faccenda fra bambini, ragazzi e adulti, e allora, impudente, mi rivolgo a un insegnante di trentacinque anni.
Parlando con lui il discorso cade sulle case, faccio un po’ di stupidissimi giri di parole per poi arrivare alla domanda: ”Mi disegneresti una bella casa ?”. La reazione è inattesa, l’adulto è in imbarazzo, mi dice che non sa disegnare.

Ne incontro tanti che me lo dicono e ora non aspettatevi che dica la solita idiozia: tutti possono diventare bravi  in disegno! Non la dico. So che non è vero. Ma so che qualcosa si può comunque disegnare, così insisto, fino a rasentare l’invadenza. Ma lui niente, imbarazzato, sudato, mi dice che non se la sente, proprio è negato per il disegno. Non ho quindi un esempio di casetta da lui ben disegnata da mostrarvi. Ma ne ho un altro: chiedo, finalmente rinunciando ad avere il “bel disegno”, se è disposto a farmi un brutto disegno, di una brutta casa. A quel punto le paure del mio amico scompaiono, sorride e si mette a disegnare… e produce questo:

E questo, dovreste un po’ fidarvi, non è un brutto disegno. Certo non è la mano di un architetto, ma quelle pareti refrattarie all’angolo retto, quelle molte facce dell’edificio, quell’insulto al parallelepipedo e al tetto a due falde, rappresentano una coraggiosa affermazione di originalità. Mi ricorda un disegno di un grande architetto espressionista, ovvio, non sono la stessa cosa, ma guardate un po’:

Bene, possiamo concludere. Quando vediamo un disegno di un bambino (ma anche di altri), non dovremmo chiederci: “Cosa vorrà dire?”, ma “A chi è destinato?” e “Come glielo hanno chiesto?”.

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