Quelle fiabe che curano  i bambini
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C’è un mondo da scoprire quando si è bambini e poche sono le cose che la ragione può spiegare loro. In questo momento storico, attraversato da angosce interminabili che accompagnano la pandemia, i piccoli hanno bisogno di credere nella vita che viene e la necessità di costruire la fiducia come base per la loro sicurezza.

Ma non la trasmettiamo con il ragionamento. Si cresce solo se si è pensati e se ci sono adulti che sanno costruire legami parlando la stessa lingua del bambino, quella che con il pensiero magico regola l’esperienza nei primi 5-6 anni di vita. Così le storie fantastiche, chiamate fiabe, permettono di far salire i piccoli sul tappeto volante dell’immaginazione e farli andare lontano, in giro per il mondo. Con esse, che sono una specie di sogni ad occhi aperti, anzi spalancati, si può di capire la realtà e accettare il bello e il brutto della vita. Narrazioni magiche, per intenderci, che iniziano sempre con quel “C’era una volta…” e ti dicono cosa accadeva un tempo e cosa può succedere anche ora nello spazio magico della fantasia.

Le fiabe, al contrario delle favole, non danno consigli, né consolano. Non offrono una morale e non conciliano il sonno, tantomeno trastullano. Aprono porte e finestre alla conoscenza e alla coscienza. Informano ma soprattutto rassicurano, perché alla fine il “male” si sconfigge. E poi perché nella lotta ci sono a fianco gli adulti che non tolgono la fatica e il rischio, ma accompagnano il bambino. Ci sono. Stanno lì. Raccontano, valorizzano il gioco e la fantasia come strumenti di crescitaNon per nulla davanti al Museo dei Bambini di Boston, c’è un’iscrizione che avverte: “Qui non si raccontano storie. Le storie non sono affatto storie. Qui si fa sul serio!”.

In altre parole significa che lo spazio fantastico in cui si muove il bambino non è un luogo inutile e fittizio, ma quello che gli fornisce la “tramatura” necessaria per costruire la relazione con il mondo e familiarità con quello interiore. È il luogo dove trovare risposte ai dilemmi dell’esistenza.Le fiabe, parlano sempre di paure e terrori, cioè stati d’animo che mettono in evidenza le fragilità umane e aprono a una quantità di interrogativi. Diversamente però dalle spiegazioni adulte, esse non offrono risposte tranquillizzanti o illusorie, non riducono i sintomi dell’ansia, anzi nei passaggi più scabrosi dell’avventura che l’eroe è chiamato ad affrontare, incrementano l’angoscia e il terrore, lo sgomento e il panico che invadono lo scenario mentale.

Ma non fanno danni. Anzi aiutano. Servono per capire che si deve attraversare la sofferenza che compare d’un tratto nella vita. Insegnano a non evitare gli inciampi, quelli che invece i genitori vorrebbero evitare ai propri figli. Fanno partire per viaggi rischiosi che mettono in pericolo la vita, ma dicono che la salvezza e la vittoria richiede tempo e fatica, transiti lunghi dentro tunnel oscuri, in apparenza senza vie d’ uscita. E poi assicurano che, dopo prove diverse l’incantesimo si può sciogliere, è possibile venir fuori dal labirinto e arrivare al castello dove sposare il principe o la principessa.Ma soprattutto si può sconfiggere il “male”. Questa è la traiettoria delle storie di magia. Grazie all’andamento specifico di queste narrazioni, si collauda quel personale sistema di fiducia che serve per affrontare l’esistenza. Il lieto fine, l’elemento comune di ogni fiaba che si rispetti, ripaga e conta tantissimo perché fa crescere la fiducia in se stessi e nella vita. Lo sforzo e la fatica delle prove, mettono in moto l’energia che serve per resistere nelle intemperie.

Ed è la stessa forza, chiamata resilienza, che da adulti, grazie al dono delle storie rimaste dentro negli anni, ci aiuta a trovare un senso a ciò che capita. Anche quando sembra che non ci sia spiegazione alcuna alla sofferenza e alla nebbia d’un colpo scesa ad offuscare lo sguardo sul futuro.

 

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